Innanzitutto chiedo scusa ai visitatori più assidui per la mia assenza. L’Esame di Stato è alle porte, e il tempo per seguire il sito non è tantissimo!
Domenica scorsa, 24 maggio, ho partecipato alla Festa della Famiglia organizzata dalla Diocesi. Pubblico di seguito l’articolo che ho redatto sulle emozionanti testimonianze pubblicato sull’ultimo numero de L’Arborense.
La festa della famiglia, organizzata dalla nostra diocesi domenica 24 maggio, è stata senza dubbio occasione di riflessione, grazie soprattutto alle cinque testimonianze che abbiamo potuto ascoltare durante la mattinata. Giuseppe e Gianna, genitori di Pietro, parlano del loro angioletto che frequenta la scuola materna del Sacro Costato a Oristano. Pietro ha una malattia genetica che comporta dei gravi problemi, ha bisogno per le sue funzioni dell’aiuto di chi gli sta accanto, i genitori, la sorellina, la tata, le maestre. Quando seppero che il bambino che aspettavano sarebbe nato con una malattia così grave Giuseppe e Gianna si chiesero se sarebbe stato felice, sa avevano loro il diritto di metterlo al mondo pur sapendo che non sarebbe nato sano, ma anche se avevano per questo stesso motivo il diritto di interrompere la gravidanza. La fede li ha sicuramente aiutati ad andare avanti e dopo cinque anni ci dicono che Pietro è “un angioletto capace di rendere migliori tutti coloro che gli stanno intorno”.
Maria Grazia ed Ettorino, invece, si sono conosciuti all’università, e il padre di lui si lamentava col parroco perché il figlio aveva smesso di frequentare la Chiesa. Ettore sentiva disagio soprattutto nell’avvicinarsi alla confessione. Il sacerdote rispose a suo padre che tutto ciò che è seminato prima o poi cresce, e così è stato. A 35 anni, improvvisamente, Ettore si accorge che c’era qualcosa nella sua vita che non andava e si rende conto “dell’assurdità di non credere”. Tornando in Chiesa cambia anche la sua vita coniugale, perché si rende conto che marito e moglie non sono due cose distinte e parallele, ma una sola cosa. Maria Grazia è convinta che se nella culla d’amore si pone qualcosa che non ci deve stare, il matrimonio è destinato al fallimento. Così non si deve pretendere di cambiare l’altro, ma accettarlo per i suoi pregi e i suoi difetti. È necessario capire che in un rapporto d’amore tutto ciò che ci arriva dall’altro non è dovuto, ma dono. A Maria Grazia e Ettorino è mancato un figlio e davanti alla bara lei ha capito che non doveva arrabbiarsi con Dio, ma nel dolore ha trovato il modo di ringraziarlo per averglielo donato. La vita di Maria Grazia è stata segnata anche dalla malattia, un coma e una meningite virale hanno minacciato la sua sopravvivenza, ma è guarita dopo che una suora ha offerto al Signore la sua vita per lei.
Rita e Franco invece sono genitori di tre figli e tra i tanti impegni di lavoro non trovavano il tempo di andare in Chiesa. Grazie ai loro figli si sono pian piano riavvicinati, prima entrando a far parte del coro, poi impegnandosi come catechisti.
Margherita e Massimo passano la loro infanzia a Sant’Anna, dove si trovava una comunità di Padri Somaschi. Aderiscono con curiosità al gruppo dei giovani creato da un diacono arrivato quando loro erano adolescenti. Le attività del gruppo duravano per tutta la settimana e questa esperienza la portano da esempio come coinvolgimento e avvicinamento alla vita da cristiani.
Rita e Maria sono due sorelle di Cabras che si sono create la propria famiglia pur avendo in casa un impegno gravoso e duraturo. Infatti assistono il fratello Luciano, in coma da ventiquattro anni a causa di un incidente stradale. La loro testimonianza è la dimostrazione che si può promuovere la vita in qualsiasi stato si trovi. La loro madre, dopo il grande dolore, si è lasciata andare e anche lei ha bisogno delle cure delle figlie; il padre, più forte, continua a lavorare nonostante l’età. Vivono con uno zio che assistono, poiché quando aveva cinque anni è stato colpito da una meningite che gli ha lasciato dei problemi. Dopo l’incidente del fratello Luciano non sapevano più in che cosa credere e hanno sentito dentro una voce forte che diceva loro “la vita è bella”. In un modo o nell’altro Luciano le rende felici, perché pur non essendo più quello di una volta, è sempre accanto a loro. Il loro quotidiano fatto di fatica non lo sentono come un sacrificio, perchè è semplicemente un atto d’amore. Il loro atto d’amore che dura da ventiquattro anni è senza dubbio importantissimo, ed è stato riconosciuto e premiato con l’assegnazione del premio Nostra Signora di Bonacattu, istituito lo scorso anno da mons. Arcivescovo per far conoscere alla nostra comunità diocesana chi nel corso dell’anno si è particolarmente distinto nella difesa della vita.

La festa della famiglia, organizzata dalla nostra diocesi domenica 24 maggio, è stata senza dubbio occasione di riflessione, grazie soprattutto alle cinque testimonianze che abbiamo potuto ascoltare durante la mattinata. Giuseppe e Gianna, genitori di Pietro, parlano del loro angioletto che frequenta la scuola materna del Sacro Costato a Oristano. Pietro ha una malattia genetica che comporta dei gravi problemi, ha bisogno per le sue funzioni dell’aiuto di chi gli sta accanto, i genitori, la sorellina, la tata, le maestre. Quando seppero che il bambino che aspettavano sarebbe nato con una malattia così grave Giuseppe e Gianna si chiesero se sarebbe stato felice, sa avevano loro il diritto di metterlo al mondo pur sapendo che non sarebbe nato sano, ma anche se avevano per questo stesso motivo il diritto di interrompere la gravidanza. La fede li ha sicuramente aiutati ad andare avanti e dopo cinque anni ci dicono che Pietro è “un angioletto capace di rendere migliori tutti coloro che gli stanno intorno”.
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